L’abisso Pozzo della Neve

Foto di Natalino Russo

Campochiaro Pozzo della Neve. Il Sifone di Ghiaia (-800)

Leggi l’articolo pubblicato sulla rivista “SPELEOLOGIA” della società speleologica italiana

“Pozzo della Neve, ovvero l’Abisso dei Sogni, la Grotta dei Padri Carismatici, che conta più leggende che metri di scale, che costringe ad inenarrabili fatiche i suoi esploratori, ma che gratifica con la propria bellezza…”, così è stata descritta, da uno dei suoi più ostinati esploratori, il decimo abisso d’Italia, la splendida grotta del massiccio del Matese, custodita gelosamente in un scrigno luminoso dal sifone pensile a -100 metri, guardiano assopito del fantastico mondo sotterraneo.

L’abisso si apre nelle cupe faggete di Costa del Carpine del Matese nord –orientale. Questa è la storia.

I primi lavori speleologici sul massiccio del Matese risalgono agli anni Venti, ma l’impulso decisivo si deve alle esplorazioni romane degli anni ’50: in meno di un decennio si indagano le principali grotte di località Tornieri, nel settore nord-orientale del massiccio.

Nel 1955 viene scoperto l’ingresso del Pozzo della Neve e la grotta viene esplorata fino ad un sifone a -110, che frena gli entusiasmi. Tra gli anni Sessanta e il 1974, la grotta rivela le sue potenzialità di grande abisso: nell’agosto del ’62 il sifone è secco e la grotta viene esplorata fino all’inizio del Ramo Attivo; quattro anni dopo viene percorsa una parte di questo ramo e, in contemporanea, un’altra squadra esplora il Ramo Principale, un meandro suborizzontale lungo oltre 1,5 km, che conduce a un vasto ambiente di crollo: il Grande Scivolo. Qui giunge da sinistra un grande affluente, che per il momento viene tralasciato. Si prosegue l’esplorazione del Meandro verso valle, fino a un tratto rettilineo chiamato Galleria Dritta, che prelude a un pozzo di 78 metri: il P80.

Il gruppo a questo punto si scinde e, mentre nel ’71 alcuni raggiungono il fondo del Ramo Attivo, altri, nel ’72, dopo aver sceso il P80, si fermano all’inizio di un grande salone inclinato, invaso da massi di crollo: la Galleria Nunziata.

I lavori proseguono, ma il periodo utile per le esplorazioni è ridotto a pochi giorni l’anno, a causa del sifone presso l’ingresso, che richiede ogni volta lo svuotamento mediante pompe. È tuttavia un altro sifone, a circa -700 m, ad arrestare gli speleologi: per alcuni anni sembra impossibile andare oltre. Negli anni Ottanta le tecniche di progressione su sola corda permettono anche a gruppi di pochi esploratori di frequentare l’abisso. Ne consegue un boom esplorativo. Il sifone di fondo viene superato nel 1981 grazie a un’immersione speleosubacquea, e successivamente viene individuato un bypass: si esplora fino a -818 m.

L’anno dopo viene raggiunta la Fessura del Casco, a -895 m. Resterà a lungo il punto più profondo della grotta. Determinante per questi lavori è un piccolo bivacco interno allestito alla profondità di circa -700 metri, in un ambiente battezzato Sala Franosa.

Nel 1984 viene scoperto il Ramo dei Babà, che si sviluppa non lontano dalla superficie e porta all’apertura di un secondo ingresso, a una quota più alta rispetto a quello principale. Il ramo, della lunghezza planimetrica di 1,4 chilometri, è particolarmente bello; scavato nel bianco calcare a rudiste nel primo tratto è fossile, per poi divenire particolarmente attivo a circa 1 chilometro dall’ingresso.

L’anno successivo vengono effettuate alcune risalite con tecniche di arrampicata artificiale: vengono così esplorati alcuni affluenti del Meandro: il Ramo dei Sifoni e, partendo dal Grande Scivolo, il Ramo delle Foglie.

Intanto nel 1985 si costituisce il Gruppo Speleologico del Matese, che avrà un ruolo determinante nelle esplorazioni successive.

Nel 1987 e nell’agosto ’88 la fessura terminale viene forzata, ma l’esplorazione non procede. È dopo l’estate ‘88 che quattro speleologi romani, superato in immersione il sifone di -110, raggiungono e superano la Fessura del Casco, portando il fondo a -1045 m. È l’esplorazione più profonda mai effettuata a valle di un tratto allagato.

Nel 1990 alcune risalite nel Ramo delle Foglie portano alla scoperta di un nuovo ramo, chiamato Addio all’lmpero, che si sviluppa parallelamente al ramo principale della grotta. Nel 1995, per scissione dal Gruppo Speleologico del Matese nasce l’associazione Speleologi Molisani, che parteciperà attivamente alle esplorazioni successive.

Dopo una lunga pausa in cui l’attenzione degli esploratori di concentra su altre aree del Matese, nell’estate del 1999 viene organizzato un grande campo speleologico: vengono raggiunte nuovamente le regioni profonde della grotta: poco a valle di Sala Franosa viene iniziata la risalita di un grande fuso chiamato Pozzo Schiffer, che richiederà anni di lavoro; a valle della Fessura del Casco viene esplorata invece una diramazione ascendente: il Ramo dell’Eclissi.

Le esplorazioni subiscono un nuovo arresto, fino a un campo del 2004 e ad altri lavori sparsi che non dànno grandi apporti alla conoscenza della grotta. Nel 2008 nasce il collettivo Speleomatese, costituito da numerose associazioni e da singoli speleologi, che si uniscono per ridare impulso alla speleologia dell’area in località Tornieri. Vengono organizzati campi estivi che richiamano esploratori da ogni parte d’Italia, oltre che dall’estero. Il grosso dei lavori si concentra su Pozzo della Neve, che vede aumentare di anno in anno il suo sviluppo. Grazie al contributo tecnico di sponsor viene allestito un campo interno permanente a Sala Franosa, viene rifatto il rilievo topografico e vengono avviati lavori di risalita in regioni profonde della grotta.

A valle della Fessura del Casco, lateralmente alla risalta che conduce al Ramo dell’Eclissi, viene scoperto una nuova diramazione: il Ramo dell’Invidia, che impegnerà gli esploratori anche negli anni successivi. Qui fino al 2011 vengono allestiti bivacchi volanti che consentono di esplorare il ramo per oltre trecento metri di dislivello ascendente.

Viene portata a termine la risalita del Pozzo Schiffer, avviata nel 1999: verso l’alto, il pozzo prosegue con una lunga serie di verticali che richiede scalate complesse. Si risale una grande verticale battezzata Johnny Deep, per un dislivello complessivo di oltre trecento metri da Sala Franosa.

Prima che queste scalate vengano portate a termine, nel 2011 una facile arrampicata all’attacco del P80 porta alla scoperta di una prosecuzione fossile della Galleria Dritta: è il Ramo Ramò, che risale per stretti meandri e alti pozzi fino a raggiungere quasi la superficie, e lascia sperare l’esistenza di un terzo ingresso; in senso orizzontale, il Ramo Ramò traversa un pozzo da oltre 90 metri che riporta sulla Galleria Nunziata. Tuttavia un’aerea finestra del pozzo immette in un’ulteriore diramazione orizzontale, il Ramo dei Single, che dopo alcune centinaia di metri porta all’attacco del pozzo Johnny Deep e quindi alla impressionante sequenza verticale che termina con la base del Pozzo Schiffer.

La storia di Pozzo della Neve non finisce qui: il potenziale esplorativo, eccezionale; i camini che aspettano la risalita, tantissimi; i rami laterali da esplorare, innumerevoli. Da scoprire, inoltre, il suo regime idrico, ignoto perché la grotta non è accessibile che nei periodi di magra o svuotando artificialmente il sifone.

Oggi l’abisso Pozzo della Neve ha una estensione complessiva che supera i 9 chilometri anche se la profondità è rimasta invariata. In un prossimo futuro il congiungimento con il vicino abisso Cul di Bove potrebbe diventare realtà e di due abissi il Matese ne avrebbe uno soltanto della lunghezza di oltre 15 chilometri.