I Briganti

Il distacco tra Nord e Sud si era già manifestato in forma gravissima sin dai primi giorni dell’Unità, con un fenomeno che investì l’intero Meridione tra il 1861 ed il 1865: il brigantaggio.

Il fenomeno, presente anche sul Matese come più in generale su tutte le montagne del meridione, ha le sue radici nel retroterra sociale, economico e culturale del sud: divenne il mezzo per combattere una unificazione politica che, voluta fortemente dai piemontesi, non rispecchiava le aspirazioni di questa parte d’Italia.

Il brigantaggio ebbe inizio storicamente all’indomani della partenza per l’esilio del re Francesco II di Borbone, avvenuta il 13 febbraio 1861. Infatti, già due giorni dopo ci furono le prime sollevazioni. Il popolo che si ribellò fu marchiato con la parola “brigante” dall’idioma francese brigant che significa delinquente, bandito. La repressione messa in atto dai Piemontesi fu violentissima sin dall’inizio, ma inefficace.

La situazione si aggravò subito dopo la vendita all’asta dei beni demaniali ed ecclesiastici. I compratori appartenevano prevalentemente alla nuova borghesia rurale che si stava rivelando ancora più avara e tirannica dei vecchi padroni. L’aggravarsi delle condizioni dei contadini causò la ripresa dei disordini che in pochi mesi assunsero le proporzioni di una vera e propria guerriglia.

In Calabria, Puglia, Campania, Basilicata, bande armate di briganti iniziarono nell’estate del 1861 a rapinare, uccidere, sequestrare, incendiare le proprietà dei nuovi ricchi. Si rifugiavano sulle montagne ed erano protetti e nascosti dai contadini poveri; ma ricevettero aiuto anche dal clero e dagli antichi proprietari di terre che tentavano, per mezzo del brigantaggio, di sollevare le campagne e far tornare i Borboni.

Duemila anni dopo le fortificazioni sannite furono ripopolate da numerosi briganti che si rifugiarono anche negli anfratti e nelle innumerevoli grotte presenti sul Matese per sfuggire alla repressione nel neonato Stato piemontese.

Gli antichi e nascosti sentieri che avevano permesso alle popolazioni Sannite di fronteggiare l’aggressione dei romani venivano di nuovo riutilizzati da piccole bande che per circa un decennio, dal 1861 al 1870, tennero in scacco l’esercito sabaudo. La popolazione in parte appoggiava i briganti che potevano così contare su una affidabile rete di informatori e un buon controllo del territorio.

I paesi di Pietraroja, Cusano Mutri, S. Lorenzello, Cerreto Sannita, diedero i natali a famosi capi briganti come Libero Albanese, Cosimo Giordano(in foto), Domenico Fuoco: tutta gente che ha reso tristemente note queste contrade per gli innumerevoli scontri a fuoco con l’esercito, per i sequestri, le rapine e i saccheggi.

Ma chi erano i briganti e per che cosa combattevano? Il grosso delle bande era costituito da braccianti, cioè contadini salariati esasperati dalla miseria; accanto ad essi lottarono anche ex garibaldini sbandati, ex soldati borbonici e numerose donne, audaci e spietate come gli uomini.

All’inizio essi combatterono per due scopi l’uno in contrasto con l’altro:

– ottenere la riforma agraria che Garibaldi non aveva concesso deludendo le loro speranze;

– impedire la realizzazione dell’Unità d’Italia per far tornare i Borboni;

A creare questa confusione agivano numerosi fattori, tutti comprensibili:

– l’odio per i nuovi proprietari, sfruttatori di manodopera come e più dei precedenti e per giunta venuti dal basso e quindi ancora più inaccettabili dell’aristocrazia, “voluta dal destino e da Dio”;

– l’incomprensione per le leggi del nuovo Stato, che apparivano non “italiane”,come dicevano i garibaldini, ma “piemontesi”, cioè altrettanto straniere quanto lo erano apparse quelle austriache ai Lombardi;

– la protezione concessa da ecclesiastici e aristocratici, necessaria ai briganti per sopravvivere, ma condizionata dalla fedeltà al re di Napoli in esilio;

– infine l’equivoco che lo Stato italiano “laico e liberale”, fosse in realtà uno stato ateo, cioè uno stato senza-dio, pronta a distruggere le chiese e a eliminare i preti offendendo la profonda religiosità delle masse contadine meridionali.

I briganti, quindi, non furono “criminali comuni”, come pensò la maggioranza degli italiani, ma un esercito di ribelli che, all’infuori della violenza privata, non conoscevano altra forma di lotta.Tenuti per secoli nell’ignoranza e nella miseria, i contadini meridionali non avevano ancora maturato una conoscenza politica dei loro diritti e non riuscivano ad immaginare alcuna prospettiva di cambiamento attraverso i mezzi legali.

L’esteso fenomeno del brigantaggio ne fu solo una drammatica conseguenza. Lo Stato italiano rispose con una vera e propria guerra a questa rivolta sociale che, nelle sue manifestazioni ampie, durò oltre quattro anni: alle truppe già stanziate nel Sud al comando del generale Cialdini, il governo ne aggiunse altre, cosicché, nel 1863 ben 120.000 soldati erano impegnati nella lotta al brigantaggio: quasi la metà dell’esercito italiano. Nello stesso anno venne dichiarata la legge marziale: processi sommari fucilazioni, incendi e saccheggi furono gli strumenti impiegati da Cialdini nell’opera di repressione, non solo contro i briganti, ma contro tutti i loro fiancheggiatori. Migliaia di morti in scontri armati e altrettante pene capitali o alla prigione a vita furono il tragico bilancio finale. Nel 1865 il brigantaggio era stato praticamente sconfitto.Lo stato aveva vinto la sua guerra, ma compiendo proprio gli errori che Cavour aveva cercato di scongiurare. Dopo la repressione e la legge marziale, la frattura tra il Sud ed il resto dell’Italia non fece che approfondirsi.

Approfondimenti

Il massacro dimenticato di PONTELANDOLFO, in provincia di Benevento.

Il 14 agosto 1861 per vendicare i loro quaranta morti i soldati sabaudi uccisero 400 inermi. Un eccidio come quello delle Fosse Ardeatine. Il sindaco oggi si batte perché alla città sia riconosciuto lo status di “martire”. E promette: se l’esercito chiede scusa, invitiamo la loro fanfara a suonare come atto di riconciliazione. di PAOLO RUMIZ

Signor Presidente della Repubblica, signori ministri, autorità incaricate delle celebrazioni del centocinquantenario, questa storia è per voi. Non voltate pagina e ascoltate il racconto di questo soldato, se credete al motto “fratelli d’Italia” e tenete all’onestà della memoria sul 1861, anno uno della Nazione.

“Al mattino del giorno 14 ricevemmo l’ordine di entrare nel paese, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne e gli infermi, e incendiarlo. Subito abbiamo cominciato a fucilare… quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4.500 abitanti. Quale desolazione… non si poteva stare d’intorno per il gran calore; e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti, e chi sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava”. Olocausto firmato dagli Einsatzkommando? No, soldati italiani, al comando di ufficiali italiani. E il villaggio non sta in Etiopia ma in Italia, nel Beneventano. Il suo nome è Pontelandolfo. Massacro a opera dei bersaglieri, data 14 agosto 1861, meno di un anno dopo l’ingresso trionfale di Garibaldi a Napoli. Pontelandolfo, nome cancellato dai libri perché ricorda che al Sud ci fu guerra, sporca e terribile, e non solo annessione.

Andiamoci dunque, luogotenente Cariolato, per capire cosa accadde; perdiamoci nel labirinto di strade sannitiche già ostiche ai Romani, e saliamo verso quel promontorio di case, in un profumo ubriacante di ginestre e faggete secolari. Penso a un viaggio nella storia e invece mi trovo immerso in un oggi che scotta, davanti a una giunta comunale che aspetta, sindaco in testa. Delegazione agguerrita, di centrosinistra, schierata per avere giustizia. Raccontano, come di cosa appena accaduta. C’è una rivolta, alla falsa notizia che i Borboni sono tornati. Scattano regolamenti di conti con due morti, i briganti scendono dai monti, il prete suona le campane per salutare la restaurazione. Un distaccamento di bersaglieri va a vedere, ma nella notte vengono aggrediti da una banda in un paese vicino e lasciano sul terreno 41 morti. Ci sono buoni motivi per pensare che il responsabile sia un proprietario terriero, impegnato in un subdolo doppio gioco: eccitare le masse per poi invocare la mannaia e rafforzare il suo status. Ma non importa: si manda una spedizione punitiva con l’incarico di “non mostrare misericordia”, e alla fine si contano 400 morti. Morti innocenti perché gli assassini si sono dati alla macchia.

Quattrocento per quaranta. Dieci uccisi per ogni soldato, come alle Fosse Ardeatine. Oggi a Pontelandolfo c’è solo un monumentino con tredici nomi e una lapide in memoria di Concetta Biondi, violentata e uccisa dai soldati. Mancano centinaia di nomi, scritti solo nei registri parrocchiali. Il sindaco: “A marzo siamo stati finalmente riconosciuti come “luogo della memoria”. Ma non ci basta: vogliamo essere “città martire” e che questo nome sia scritto sulla segnaletica. Vogliamo che l’esercito riconosca la sua ferocia. Lo dico al ministro: se i bersaglieri chiedono scusa, noi invitiamo ufficialmente le loro fanfare a suonare in paese come atto di riconciliazione. I nostri e i loro morti vanno ricordati insieme. Io ho giurato sulla fascia tricolore. Voglio dar senso alle celebrazioni, e non lasciare spazio ai rancori anti-unitari”. Renato Rinaldi è un ex ufficiale di marina che si è tuffato in quelle pagine nere. Anche lui ha giurato sul Tricolore e anche a lui pesa il silenzio del Quirinale di fronte a vent’anni di lettere miranti al “ricupero della dignità del paese”. Mi spiega che i bersaglieri erano agli ordini di un generale vicentino – vicentino, sì, come il mio buon Cariolato – di nome Pier Eleonoro Negri. E anche qui c’è silenzio. L’Italia non fa mai i conti col suo passato. Nessuna risposta da Vicenza alla richiesta di dedicare una via a Pontelandolfo o di togliere la lapide celebrativa del generale sterminatore.

Cielo limpido sulle verdissime foreste del Sannio. Perché si parla di Bronte e non di Pontelandolfo? Perché sono rimasti nella memoria gli errori garibaldini e non gli orrori savoiardi? E che cosa si sa della teoria dell’inferiorità razziale dei meridionali – infidi, pigri e riottosi – impostata da un giovane ufficiale medico piemontese di nome Cesare Lombroso, spedito al Sud nel ’61 e seguire la cosiddetta guerra al brigantaggio? Che “fratelli d’Italia” potevano esistere se mezzo Paese era “razza maledetta” dal cranio “anomalo”, condannata all’arretratezza e alla delinquenza? Leggo: “Dio, che cosa abbiamo fatto!”, parole scritte nel ’62 da Garibaldi in merito allo stato del Sud. Lettera alla vedova Cairoli, che per fare l’Italia – un’altra Italia – gli ha dato la vita di tre figli e del marito. Non si parla dei vinti. E senza i vinti le celebrazioni sono ipocrisia. Che fine ha fatto per esempio JosèBorjes, il generale di cui mi ha parlato Andrea Camilleri? Parlo dell’uomo che sempre nel ’61, quasi da solo, tentò di sollevare le Sicilie contro i Savoia. Perché non si dice nulla della sua epopea e del mistero della sua morte? Perché non si riconosce il valore di questo Rolando che galoppa verso una fatale Roncisvalle dopo essere sbarcato con soli dodici uomini in Calabria, alla disperata, sulla costa crudele dei fallimenti, la stessa di Murat, dei Fratelli Bandiera, di Pisacane, dei curdi disperati, dei monaci in fuga dagli scismi bizantini?

Ed ecco, in una sera straziante color indaco, arrivare come da un fonografo lontano la voce di Sergio Tau, scrittore e regista che ha dedicato anni alla storia del generale catalano. “All’inizio degli anni Sessanta feci un film sul brigantaggio post-unitario. Volevo fare qualcosa di simile a un western, ma la pellicola non fu mai trasmessa. Allora era ancora impossibile parlarne. Ora vedo che la storia di Borjes può tornare fuori… Filmicamente è grandiosa, con la sua traversata invernale dell’Appennino”. Ne terrà conto qualcuno? Borjes punta sullo Stato pontificio, ma a Tagliacozzo viene “venduto” da una guida traditrice ai bersaglieri, che lo fucilano insieme ai suoi. “Conservate quel corpo, potrete passarlo ai Borboni”, dice un misterioso francese e venti giorni dopo la salma è consegnata alla guardia papalina, scende via Tivoli fino al Tevere e al funerale nella chiesa del Gesù a Roma. Poi c’è una messa per l’anima sua a Barcellona, ma del corpo più nessuna traccia. Resta un suo diario, stranamente in francese, lingua che lui non conosceva. L’ha davvero scritto lui o l’hanno scritto i “servizi” di allora, per occultare la repressione in atto? Il giallo di una vita vissuta anch’essa, bene o male, alla garibaldina.

Il 14 agosto 2011, in occasione delle solenni celebrazioni per il 150° anniversario dell’eccidio, il più alto rappresentante delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, prof. Giuliano Amato, su delega del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in nome della Repubblica Italiana, ha chiesto pubblicamente scusa per le vittime innocenti di Pontelandolfo.

Alla cerimonia ha partecipato anche il sindaco di Vicenza in rappresentanza della città, insieme con la banda dell’esercito di Pinerolo e i bersaglieri. Finalmente dopo 150 anni si è potuto assistere al fraterno abbraccio tra le due parti della Penisola.

MESTRE, cambia il nome di Piazzale CIALDINI
Il militare e politico del Risorgimento ordinò eccidi nel Sud, non merita lo spazio del futuro interscambio del tram (da la Nuova di Venezia e Mestre)