Gli Anarchici del Matese

La storia dell’anarchismo italiano nella seconda metà dell’800, all’epoca del suo formarsi come movimento organizzato di uomini e di idee, è anche la storia di tutta una serie di tentativi che nel loro fallimento dimostrarono comunque il desiderio di ottenere immediatamente quella giustizia sociale che pareva si potesse raggiungere solo attraverso la rivoluzione e l’atto insurrezionale.

Gli anarchici non ebbero certo l’esclusiva di queste congiure. Prima di essi vi si erano dedicati i carbonari, i mazziniani, da Ciro Menotti a Garibaldi. Vero è che gli anarchici non ebbero mai la pretesa di impadronirsi del potere, di imporre, armi alla mano, un nuovo status quo reputato migliore del precedente. Più semplicemente, con maggiore onestà e senso delle proporzioni, essi intendevano fare delle azioni esemplari, gesti clamorosi capaci di svegliare la coscienza delle masse sfruttate, di additare ad esse la via da seguire e i nemici da combattere.

In questa prospettiva, uno dei tentativi insurrezionali più importanti, per concezione e per risultati propagandistici, e comunque, forse il più tipico, fu quello attuato nel 1877 nella zona del Matese da un gruppo di aderenti alla Federazione Italiana dell’Internazionale, detto in seguito appunto “Banda del Matese”. Vi aderivano molti dei personaggi più rappresentativi dell’anarchismo italiano dell’epoca, tra cui, Carlo Cafiero, Errico Malatesta, Francesco Pezzi, Napoleone Papini e Cesare Ceccarelli.

La scelta della zona non era stata fatta a caso. Impervio, montagnoso, scarsamente popolato, il Matese rappresentava un ambiente ideale per la guerriglia rivoluzionaria. Gli anarchici erano convinti che la popolazione locale, per lo più poverissima, rappresentata dalla massa dei contadini che era considerata dalle varie classi dirigenti un puro “oggetto” del potere, sembrava più di ogni altra il naturale destinatario della propaganda di riscossa sociale.

Nel marzo del 1877 la Banda del Matese ritenne fosse giunto il momento di agire, ma il clima rigido di quell’anno li costrinse a spostare l’azione insurrezionale di qualche settimana. Quando le condizioni climatiche migliorarono i rivoluzionari decisero di ritrovarsi nel paese di San Lupo, in provincia di Benevento, a circa un’ora e mezzo di carrozza dalla stazione di Solopaca.

Il tre aprile 1877 Malatesta e Cafiero raggiunsero San Lupo, e spacciandosi per turisti inglesi fittarono una casa e scaricarono il materiale che sarebbe servito per le azioni di guerriglia dei giorni successivi. La sera del cinque aprile arrivarono altri rivoluzionari con armi e munizioni. Gli anarchici avevano organizzato le cose con cura e con la dovuta segretezza. Senonché, a causa della delazione di un certo Salvatore Farina, che avrebbe dovuto fungere da tramite con i contadini della zona, il Ministro degli Interni in persona, Nicotera, era al corrente dei loro progetti, già molto prima dell’arrivo di Cafiero a S. Lupo.

La notte tra il sette e l’otto aprile 1877, gli anarchici, scoperti dai carabinieri, furono costretti a fuggire dopo una sparatoria che provocò il ferimento di due carabinieri (uno dei quali morì successivamente). La Banda guidata da Cafiero e Malatesta si mise in marcia verso nord, con l’obiettivo di raggiungere altri centri abitati sul Matese più isolati dove, con tutta probabilità, l’allarme sarebbe giunto in ritardo.

Le condizioni atmosferiche però, erano tutt’altro che favorevoli. In quella stagione, i monti del Matese erano coperti di neve, e più si saliva e più il tempo si faceva cattivo. Il freddo, oltre alla difficoltà di procurarsi viveri con frequenza, fu il vero ed unico nemico degli insorti per buona parte della spedizione. Marciarono tutto il giorno e all’indomani, dopo aver costeggiato il lago del Matese, giunsero al paese di Letino.

Qui, alle dieci del mattino del giorno otto, domenica, entrarono, accolti dalla gente stupita e festosa, a seguito di una grande bandiera rosso-nera. Il caso volle che proprio in quel momento, in Municipio fosse riunito il Consiglio Comunale, che doveva decidere cosa fare di alcune vecchie armi, precedentemente sequestrate a bracconieri. La banda degli internazionalisti giunse in tempo per requisirle tutte e distribuirle, insieme ai fucili della Guardia Nazionale, alla popolazione. Si passò poi ad atti di ben altro peso. Gli insorti dichiararono pubblicamente decaduto Re Vittorio Emanuele II e ne fecero a pezzi il ritratto. Quindi provvidero a bruciare, in un grande falò acceso in piazza, tutta la “carta bollata” del Comune: registri catastali, schedari delle imposte, atti ipotecari, ecc., per dimostrare simbolicamente l’abolizione dei diritti dello stato e della proprietà privata. Infine, distrussero i contatori apposti ai mulini che servivano a calcolare la famigerata tassa sul macinato. Agli atti concreti tennero dietro le motivazioni ideologiche. Cafiero salì sul basamento di una grossa croce (sostituita con la bandiera rosso-nera) e spiegò alla folla, in dialetto per farsi meglio comprendere, i principi della rivoluzione sociale, i suoi fini e i suoi metodi. Tutto avvenne in un clima di simpatia ed entusiasmo da parte della gente del paese, al punto che perfino il prete, Don Raffaele Fortini, si lasciò andare a dire che Vangelo e socialismo erano la stessa cosa e additò gli internazionalisti al plauso di tutti. La Banda lasciò Letino verso l’una del pomeriggio e si diresse verso il vicino paese di Gallo, ad appena cinque chilometri di marcia.

Ma le truppe governative al comando del generale De Sanget, forti di dodicimila uomini, avevano stretto d’assedio l’intero massiccio del Matese: tre compagnie di bersaglieri a sud, un reggimento di fanteria a nord, altre forze ancora da Campobasso, Isernia, Caserta, Benevento e Napoli. Fu così che, quando abbandonarono Gallo, gli internazionalisti si trovarono praticamente e improvvisamente accerchiati. In qualunque direzione si volgessero per trovare qualche altro paese da occupare, si battevano nei presidi dei soldati e dovevano rapidamente tornare sui propri passi per non venire scoperti.

La Banda trovò finalmente riparo nella masseria Concetta, tre miglia sopra Letino e qui decise di fermarsi per riprendere fiato. Intanto un contadino, sperando in un premio, aveva informato i soldati. Un reparto di bersaglieri fece irruzione nella cascina sorprendendo gli anarchici. Date le condizioni degli uomini e delle armi non ci fu resistenza. L’insurrezione del Matese era finita. Gli arrestati vennero spediti in varie galere della zona e, di lì a poco, concentrati tutte nel carcere di S. Maria Capua Vetere, in attesa del processo.

Inizialmente l’intenzione era quella di far giudicare gli insorti da un tribunale di guerra, che certamente li avrebbe condannati a morte per insurrezione. Per intercessione della figlia di Carlo Pisacane, Silvia, che era stata adottata dal ministro degli Interni Nicotera, furono giudicati da un tribunale civile.

Il processo contro la Banda del Matese, difesa tra l’altro dal giovane avvocato napoletano Francesco Saverio Merlino, iniziò il 14 agosto 1878 e si concluse il 25 dello stesso mese. La sentenza dichiarò innocenti i ventisei anarchici imputati della morte di un carabiniere, attribuita invece a causa sopravvenuta.